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reato violenza privata -Il reato di violenza privata, sancito e condannato dall art. 610 c.p., riguarda la serie dei reati commessi contro la “libertà morale”, che si completa soltanto con altri tre casi criminosi (violenza o intimidazione per obbligare qualcuno a compiere un illecito, intimidazione, stato di inabilità determinato attraverso violenza).

L interesse giuridico tutelato dalla normativa è la libertà morale come concetto di autodeterminazione per cui viene condannato il comportamento di “chi, con azioni violente o intimidazione,obbliga qualcuno a compiere, subire o tralasciare qualcosa”. Oltre l apparente linearità della normativa è proprio la rilevanza del comportamento come evidenziato sopra ad aver determinato numerose problematiche a livello interpretativo, nella disciplina come nella materia giurisprudenziale, e principalmente per ciò che concerne l attribuzione delle nozioni di violenza e intimidazione sopra citate.

Nella decisione in merito le autorità giudiziarie della S.C. hanno ampliato il concetto di intimidazione per cui il comportamento attuato dalla persona attiva dell illecito si concretizza nella delineazione di un male immorale alternativamente alla inefficace sottoposizione al proprio volere da parte della persona passiva.

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La condotta intimidatoria, come illecito di violenza privata, va principalmente evidenziato in qualsiasi condotta ed atto minaccioso, purché capace di annullare o diminuire in maniera notevole la capacità della persona passiva di autodeterminarsi e di muoversi secondo il proprio volere, senza che ci sia una intimidazione a livello verbale in maniera esplicita.

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Sulla base di siffatto principio includono la tipologia criminosa condotte di per sé non intimidatorie come le ingiurie, la perdita di controllo, la maniera incivile di comunicare a patto che, in merito alle determinate circostanze ambientali e individuali dei soggetti, resti scioccata la psiche di uno di essi e soppresso il suo volere.

Per reato perfetto si fa riferimento al reato consumato ossia quello programmato dal soggetto che agisce e compiuto dal medesimo (come l omicidio che si conclude con il decesso della persona passiva). L art. 56 c.p.

“Delitto tentato” ha previsto vicino al delitto consumato, pure un particolare caso in cui il comportamento delittuoso, pur adottato in modo valido dal soggetto che agisce non genera il risultato auspicato.

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Trattasi del cosiddetto delitto tentato e si esplicita sia nel caso in cui il comportamento delittuoso di chi agisce non si è concluso (tentativo incompiuto) sia nel caso in cui il comportamento delittuoso, pur essendosi compiuto, non ha conseguito i risultati auspicati da chi ha agito (tentativo compiuto). Nel primo caso vi è l esempio del ladro che colto alla sprovvista si dà alla fuga senza portare con sé il bottino invece nel secondo caso vi è un soggetto che spara contro un altro per ammazzarlo; la pallottola lo colpisce ma non lo ammazza.

La differenza tra compiuto e incompiuto è basata su un principio valutativo ex post.

Principalmente, il primo comma dell art. 56 c.p. sancisce che “colui che commette azioni idonee, volte in maniera non ambigua a compiere un crimine, deve rispondere di tentato delitto, se l atto non viene compiuto o il fatto non accade”.

Al delitto tentato viene accostata una condanna minore rispetto a quella stabilita per il delitto perfetto (quello consumato) e questo poiché, a livello effettivo, si ci trova di fronte ad un reato perfetto. Aspetti caratteristici del delitto tentato sono: attitudine ed univocità delle azioni compiute da chi agisce. L atto compiuto dall agente deve essere capace di compiere il reato auspicato dal medesimo.

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E una verifica da attuarsi concretamente (cosiddetto principio della prognosi postuma). La condanna del delitto tentato trova spiegazione in base all Ordinamento che prescrive di impedire l esposizione a rischio degli interessi tutelati a livello giuridico. Il terzo e quarto comma dell art. 54 c.p. regolamentano i casi della rinuncia volontaria e della cessazione attiva.

Principalmente, al terzo comma è sancito che “se il reo in modo volontario rinuncia a compiere tale atto, è soggetto solo alla condanne per le azioni commesse, nel caso in cui queste rappresentino per sé un illecito differente” invece al quarto comma è sancito che “se in modo volontario non permette che accada il fatto, è soggetto alla condanna prevista per il delitto tentato, abbassata di un terzo”.

Le due figure si distinguono in merito a un principio ex post che tiene conto dell indebolimento o meno dell atto esecutivo compiuto da chi agisce. In merito a siffatto principio, si ha l interruzione nel caso in cui l agente non ha compiuto l atto delittuoso che di conseguenza viene dal medesimo sospeso volontariamente.

La nozione di «consumazione» dei reati (istantanei e permanenti) e il tentativo.

Il reato è “consumato” nel caso in cui viene totalmente compiuta la tipologia che incrimina. In merito al concetto di consumato, gli illeciti vengono distinti in istantanei e permanenti. Istantanei: il concetto di consumato coincide con l attuazione dell ultima (o della sola) azione che include il comportamento (nei reati formali) o con l accertamento del fatto (nei reati materiali), azione o fatto oltre i quali la tipologia non può essere prolungata.

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Per esempio dopo il decesso di una persona (nell art. 575) la siffatta tipologia non è soggetta ad eventuali evoluzioni importanti a livello giuridico per integrare il delitto di omicidio; e così dopo che la denuncia di una persona non colpevole sia stata inoltrata all autorità giudiziaria di competenza, in base al delitto di cui all art. 368. Permanenti: la tipologia a livello legale mentre si struttura in maniera tale da richiedere che il comportamento o il fatto si prolungano nel tempo. Per esempio, l art. 605 c.p., condannando “chi priva qualcuno della propria libertà individuale”, standardizza un fatto (privazione della libertà) che, per esistere, deve accadere in un lasso di tempo, magari rapido ma comunque rilevante come “privazione”. In siffatte circostanze si tratta di reati inevitabilmente permanenti.

Qualora invece la siffatta tipologia permetta la protrazione di un aspetto, che potrebbe tuttavia compiersi pure in un solo istante, si tratta di reati comunque permanenti. Per esempio, l ingiuria (art. 594.1), può in modo intrinseco compiersi tanto con un oltraggio immediato, quanto con un oltraggio che si protrae nel tempo (scrivendo l offesa su un muro).

Nei reati permanenti il concetto di consumato è costituiti quindi non da un momento, ma da un lasso di tempo, che comprende l inizio e il termine della fase antigiuridica: la consumazione del reato prende avvio con l inizio di siffatto stato, e termina con il suo compimento. Poiché la durata della consumazione acquista importanza tipica, è evidente che la medesima deve essere seguita, nel suo compiersi, da tutti i presupposti indispensabili ad originare la responsabilità.

Per esempio se il soggetto sequestro, durante la perdita della propria libertà, cade in uno stato comatoso, o viene soggetto ad una costrizione assoluta (privazione della suitas), in quell istante la permanenza terminerà nei propri confronti, giacché la conservazione dello stato antigiuridico non deriva più dalla sua intenzione.

In realtà, per ciò che concerne le modificazioni applicate agli “illeciti contro la personalità statale”, va sottolineato come la disciplina in esame realizzi una necessità di adattamento delle tipologie auspicata già precedentemente: infatti, le normative previste dagli articoli presenti nel titolo I del Libro II del Cod. pen., attualmente scritti, sono la portata storica di un pensiero politico – ideologico da tempo non più applicato e non compatibile con gli attuali principi sanciti dalla Carta Fondamentale.

La disciplina giurisprudenziale dunque, prevedeva una nuova interpretazione che si sganciasse dall idea astratta di “personalità statale”, interpretata come soggetto autonomo portatore di propri interessi, e che favorisse la salvaguardia degli aspetti sostanziali della costituzione ispirata al sistema democratico, alla pluralità politica e principalmente alla libertà di pensiero. Altresì siffatta necessità è stata concepita pure dalla <> che nella Relazione sulle direzioni e le disposizioni di una trasformazione del codice penalista, suggeriva di eliminare, o perlomeno di correggere, le figure di reato in merito giacché svincolate da un concreto oltraggio ad interessi tutelati.

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Con l odierna dottrina, vengono eliminate dal codice diverse tipologie di delitti contro la personalità statale che non hanno avuto ampia attuazione e che non rispondono più alle mutate necessità di salvaguardia: ad esempio la materia di cui agli artt. 269, 279, 279, 292-bis e 293 cod. pen.; altri casi di reati, sempre riguardanti la manifestazione di concezioni ed idee politiche, contrariamente, sono stati rimodulati in maniera tale da mostrare una caratteristica specifica rispetto alla lettura fatta in precedenza, includendo il comportamento perseguito non più meri “atti diretti”, piuttosto “azioni violente in modo diretto ed idoneo” (trattasi dell attuale testo degli artt. 241,283, 289 cod. pen.).

Si evidenzia, in conclusione, che in varie circostanze la Corte Costituzionale è dovuta intervenire per accertare la conciliabilità delle sopra citate normative con i contenuti fondamentali inclusi nella Carta, alle volte identificando il contrasto (come la sentenza n°87 del 6-7-1966, con cui la Corte ha affermato incostituzionale, poiché in contrasto con l art. 21 della Costituzione, il comma secondo dell art. 272 cod. pen.), altre volte garantendo un orientamento interpretativo.

La necessità di intervenire così frequentemente sulla disciplina giurisprudenziale, “segna il passo decisivo” sulla indispensabile rimodulazione degli artt. esaminati, con il vincolo di puntualizzare, che, in realtà, la riforma ha un carattere più esteso e può intervenire pure sugli ordinamenti del codice penale, soggetti a modifica nel momento della novella: si coglie, principalmente, l art. 2 c.p. Rispetto alle normative soggette alle modifiche legislative, per alcune di esse, la novella costituisce una vera e propria evoluzione, passata mediante un lavoro copioso della Corte delle Leggi, che in più momenti ha dovuto emettere disposizioni nell arco di 30 anni. Principalmente, negli ultimi dieci anni la Consulta, più volte interpellata per pronunciarsi sulla salvaguardia penale della sfera religiosa, ha esaminato le tipologia che incriminano stabilite dagli artt. 402, 404 e 405 cod. pen., ed ha accolto, in merito agli artt. 3 e 8 Cost., i temi di legittimità a livello costituzionale insorte in base ad un diverso trattamento tra la religione cattolica e le altre confessioni religiose.

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